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Dovilio non poteva crederci, eppure noi due ci conosciamo da anni. Già in passato aveva, più volte, assistito ai miei esperimenti: dunque, cosa c’era di tanto strano? Di straordinario, certamente sì. Ma nulla di impossibile: gli proponevo allora, un viaggio ad Atlantide. Naturalmente non ero disinteressato: avrei potuto inviare molte altre persone, ma la scelta era caduta su di lui per un ben preciso motivo: il disegno. In un viaggio di questo tipo, al di là del tempo, il mago non può portare nulla con sé nulla che vivo non sia; perciò niente macchine fotografiche, registratori od altro. Solo se stesso; e chi lo accompagna. Per gli antichi questa tecnica magica veniva rappresentata come un viaggio agli inferi. Pensate ad Enea, a Dante e Virgilio... ed altri ancora che hanno avuto la ventura di contattare altre realtà ed infine la fortuna di viverle in prima persona. Ebbene, in questo secolo la ventura è toccata a noi: Dovilio ed Oberto. Un pittore ed un mago. Veramente questa definizione di me stesso non è né precisa né esatta. Se avessi usato il termine “parapsicologo” avrei detto una cosa inesatta. Per “medium”, pure. Mi spiego: la magia, intesa come scienza e ricerca, è ciò che faccio. Le realtà, attorno a noi, in questo corpo, sono infinite. La nostra umana normale percezione di ciò che ci circonda, infinitesimale. In magia, il tempo si contrae. E nella antica (per noi) Atlantide, alcuni maghi di gran valore sanno di quante idee strane, a volte folli, si sarebbero pensate della loro civiltà, dopo gli accenni di Platone, su su nei secoli, fino a noi, ed oltre. Vi racconterò come è iniziata questa avventura. Nel mio laboratorio, una notte, durante un esperimento di evocazione, mi apparve un personaggio dall’apparente età di trentacinque, quarant’anni, il cui nome non voglio rivelare per evitare evocazioni sbagliate. Non era certo il primo esperimento di questo tipo; nel mio tipo di esperienza, per quanto vi possa apparire incredibile, queste cose sono abbastanza comuni. Quel personaggio disse che da parecchio “tempo” cercava questo contatto. Veniva dalla terra di Atlantide, prima di quella che sarà per lui, la probabile scomparsa, in uno dei tanti futuribili. Mi diede le formule di contatto, cosa straordinaria (un po’ come fosse la combinazione di una cassaforte, contenente un antico tesoro, altrimenti inattaccabile), ed a me non rimase altro da fare che i calcoli per stabilire luogo e momento adatti per aprire fisicamente una porta nel tempo-spazio. E’ tutta fantasia? Aspettate a giudicare. Queste righe, queste pagine sono il semplice resoconto della nostra esperienza. Con semplicità vi racconteremo e mostreremo cosa abbiamo visto e sentito. Anche ora, mentre scrivo, mi ritrovo a volte a scuotere la testa, tanto è stata straordinaria la nostra esperienza. E Dovilio vi mostrerà, con la sua abilità di pittore, alcune immagini che particolarmente lo hanno colpito. Le immagini che si riferiscono alla storia antica di Atlantide sono state da noi viste in una speciale sala di proiezione tridimensionale (come se fossero spezzoni di vecchi cinegiornali, ricostruiti dagli atantidei delle epoche successive), mentre ogni altra immagine si riferisce a cose da noi osservate direttamente. Secondo i calcoli, il momento esatto per iniziare il viaggio sarebbe stato venerdì, dodici minuti dopo il tramonto del sole, in un luogo adatto a contattare una delle grandi linee di forza del pianeta, che noi definiamo “sincroniche”. Ora, una di queste “linee” affiora in un punto particolare della montagna a fianco del “ponte del diavolo”, presso Lanzo Torinese, a nord di Torino; in quel preciso momento, applicando le formule ed i riti che mi erano stati rivelati, la parete inclinata come il fianco di una piramide di una certa roccia sarebbe divenuta tiepida, calda, poi morbida, quindi fluida, infine fumosa ed inconsistente. Tutto ciò è avvenuto. Abbiamo lasciato i nostri abiti, e siamo entrati nella roccia. Dovilio tremava, certamente non solo per il freddo, ma si fidava abbastanza per venire con me; ne avevamo parlato per giorni e giorni, ed il suo entusiasmo e curiosità erano cresciuti tanto, che mi telefonava tutti i giorni per sapere a che punto erano i calcoli ed i preparativi. Questo è il resoconto di un viaggio meraviglioso. Più che farne una cronaca dettagliata, preferisco parlarvi di quelle cose che maggiormente sono rimaste nella nostra memoria. Vi daremo perciò dei “colpi d’occhio” commentati secondo il caso. Dovilio ed io ci siamo visti spesso, da allora, per definire e rammentarci a vicenda i particolari i quali poi, parlandone, tornavano vividi alla nostra mente. Posso affermare che le immagini qui riprodotte sono esattamente quelle che ricordiamo entrambi. Il nostro è stato un lavoro un poco affrettato, per timore di perdere chiarezza di particolari, attendendo troppo tempo. Forse, con i mesi e gli anni a venire, riusciremo a ricordare altre cose anche importanti che ora sono seppellite nel mucchio dei nostri ricordi. Il viaggio è durato tre soli giorni, durante i quali non abbiamo quasi mai dormito, e riposato pochissimo; eppure più di tanto non era possibile, in quanto avremmo rischiato di non poter tornare. Scopo del viaggio è stato il poter correggere tutte quelle cose che, finora, sono state raccontate sulla terra di Atlantide, le sue città, i suoi usi e storia, medicina, l’ordinamento sociale, l’economia, ecc.... Siamo apparsi su di una pianura sassosa, brulla, ventosa; nessuna montagna all’orizzonte. L’aria era frizzante, fresca. Intontito, ho fatto alcuni passi ed ho scorto, a terra, una linea curva, di colore rosso: era il limite esterno del cerchio magico di rispondenza, attraverso il quale eravamo stati proiettati, al di là del tempo-spazio. Ho invitato il mio compagno di viaggio a seguirmi, ed abbiamo superato il segno magico. Pochi passi ancora più in là, un burrone profondissimo: siamo su di un altopiano o meglio, sulla cima tronca di un monte particolarmente alto. Cominciamo a sentire freddo: ma ecco un ronzio appena percettibile attirare la nostra attenzione, pare arrivi da ogni direzione. Sulla destra è apparsa, salendo dal basso, una cabina trasparente, una specie di ascensore sul lato verticale dell’altopiano. Sono giunti i nostri ospiti, che si affrettano a portarci dei mantelli bianchi. Scendendo lentamente lungo la parete del monte, lo spettacolo che si presenta ai nostri occhi è fantastico. Davanti a noi, lontanissimi, si distinguono tre monti appuntiti: la catena centrale dell’Atlantide da cui discende poi, attraverso i secoli, il simbolo stesso di questa civiltà: il tridente. Ci accoglie una musica intensa, simile al suono di Sitar Etabl, con un sorriso delicatissimo, tanto da mostrare più umorismo che denti, ci si fa incontro un sacerdote, o almeno questa è la nostra prima impressione di lui. Conosce l’italiano e questo ci impressiona ancora di più (se ciò fosse possibile). |
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